Sul treno

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Sul treno
Quando ripenso a quali sono stati i fatti che mi hanno portato ad essere Exhibia, c’è un evento in particolare che torna prepotente nei miei pensieri. In realtà non so bene il motivo, non che sia importante oggi, ma lo stesso mi piace pensare a quella notte come se fosse l’nizio di tutto, anche se effettivamente tutto era già cominciato da tempo.

C’è stato un ragazzo nella mia vita, forse l’unico che posso definire tale. Mi piaceva lui e mi piaceva stare con lui nonostante le numerose incompatibilità che avevamo. Quando lo frequentavo sapevo che sarebbe finita, prima o poi, ma non me ne preoccupano più di tanto, dopotutto avevo già da tempo sostituito il motto “morto un Papa se ne fa un altro” con uno più adeguato al mio spirito libero: “morto un Papa si può anche far senza”.

Non quella sera però, quella sera avevo bisogno di lui.
Marcello, questo il suo nome, aveva soddisfatto tutte le mie capricciose richieste nonostante fosse rimasto senz’auto. Al momento di rientrare però ero stata io a dirgli di spostarci verso il fondo della stazione nella speranza di rimanere un po’ più appartati sul treno. Dopo qualche sua rimostranze gli avevo fatto capire il motivo della mia richiesta e lui l’aveva accettata come tutte le altre, un po’ come se non gli importasse di qualche coccola più insolita.

Il treno arrivò puntuale alle undici della sera e subito capì che a quell’ora non solo l’ultima carrozza del treno che attraversava Genova per intero sarebbe stata deserta. Ci sedemmo uno accanto all’altro e passarono pochi secondi dopo la partenza del treno quando cominciai a mostrargli le mie intenzioni.

Lo ringraziai con un bacio passionale per la bella serata (e lo era stata per davvero) e, dopo essermi accertata che oltre all’unica porta d’ccesso non c’era nessuno in arrivo, gli sussurrai di rilassarsi per ricevere il mio grazie.

Capi che Marcello era più coinvolto di quello che mostrava quando gli accarezzai i pantaloni sentendo la sua eccitazione crescere di sostanza. Senza smettere di coccolarlo con baci, carezze e strusciatine, tentai di sbottonargli i jeans ancora prima che il treno si fermasse per la prima volta, ma ci vollero altre due stazioni prima di riuscirci, un po’ per la difficoltà di agire su quel paio di pantaloni così maledettamente stretti, e un po’ per la sua resistenza, a quanto diceva, dettata dalla paura che arrivasse qualcuno. Alla fine però vinsi il tira e molla riuscendo ad abbassare a sufficienza sia i pantaloni che i boxer. Come le mie mani avevano avvertito sin dall’inizio, il suo coso era tutt’altro che impaurito.

Voglio dire la verità fino in fondo, mi sentivo gioiosa in quel momento, per nulla preoccupata dal luogo nel quale ci trovavamo, forse perché ero certa che avremmo comunque avuto tutto il tempo per nascondere le malefatte, o forse perché in fondo non mi importava granché se qualcuno si forse resoconto di quello che stavamo facendo.

Marcello invece era visibilmente nervoso nonostante io cercassi di trasferigli calma e serenità. La sua testa guizzava in ogni direzione in cerca di possibili presenze anche dove non potevano essercene. Per calmarlo, sapevo, ci sarebbe stata solo una cosa da fare.

“Guarda la porta” gli sussurrai all’orecchio prima di raccogliere i capelli su un lato della testa e di abbassarmi fino a nascondermi per intero dietro al sedile.
Se tra le tante belle sensazioni di quella serata mi era mancata l’ccitazione, dopo aver avvolto la sua cappella nella bocca, la sua presenza non tardò a farsi viva. Passarono infatti solo pochi secondi e, quello che per me all’nizio era più che altro un gioco, si trasformò in un’ondata di prepotenti voglie, prima su tutte, quella di vederlo godere per merito mio. Mi sentii brava, lo ammetto, dedicai tutta me stessa nel lavoro passionale e calibrato che stavo facendo.
Andavo giù con tutta la testa spalancando la bocca e tornavo su lentamente stringendo le labbra e aspirando, ad ogni discesa guadagnavo importanti millimetri e ad ogni risalita muovevo la lingua quel tanto che mi bastava per sentire le venature del suo cazzo che pulsavano. L’andirivieni proseguì lentamente anche quando la stazione successiva fu raggiunta e lasciata alle spalle, Marcello si era un po’ calmato, ma lo stesso continuava a ripetermi che non c’era nessuno, che ero bravissima e che potevo continuare. Per diverso tempo mi aspettai di sentire per lo meno una carezza e, quando capì che non me l’avrebbe concessa, fui io che gli presi un braccio e me lo avvolsi attorno. Le sue mani, prima in vita e poi sulle natiche, erano scoordinate dal piacere che provava, ma lo stesso le trovai eccitanti e stimolanti.
Arrivai in fondo all’intero uccello sentendo i suoi peli stuzzicarmi le narici e per poco non mi misi a ridere quando lui non si lasciò sfuggire un’imprecazione di goduria.

Ma il treno era sempre il treno, e quello che lui aveva temuto sin dall’inizio si avverò quando ormai avevamo superato metà del viaggio.
Fu uno s**tto rapido che mi sorprese facendomi quasi urlare quando Marcello mi cacciò con più cattiveria di quanto avesse voluto (e me lo disse, qualche giorno dopo chiedendomi scusa). Ancora prima di riuscire a capire cosa stesse succedendo che già Marcello aveva coperto la durissima erezione tirando verso i basso la sua felpa. Feci a mala pena in tempo a guardare verso la porta prima di vedere un uomo in giacca e cravatta entrare nella carrozza, guardarsi attorno e proseguire fino a superarci.
“L’ho visto da fuori”, mi disse lui rosso in viso. Era visibilmente spaventato, come se l’uomo fosse un cane antidroga e noi due gli spacciatori nel momento di passare la dogana. Gli dissi più volte di stare calmo visto che, anche se avesse visto, non sarebbe successo niente di grave.
Il treno ripartì e mi guardai dietro le spalle, l’uomo si era seduto nell’ultima fila di sedili dietro di noi. Dentro di me sentivo che non era più preponderante il desiderio di veder godere Marcello, bensì l’eccitazione che mi era salita violentemente per essere stata quasi beccata.

Feci cenno a Marcello di tacere e gli sollevai la tuta per liberare nuovamente l’asta rimasta rigida nonostante la sorpresa. Non voleva, o così almeno sembravano volermi dire i suoi occhi stralunati. Gli avrei fatto cambiare idea, lo sapevo già in quel preciso momento.
Mi voltai di nuovo e questa volta i miei occhi incontrarono quelli dell’uomo elegante. Non sapevo perché, ma quello era il momento perfetto per fargli capire cosa stessi facendo.
“Non ci vede”, dissi al mio ragszzo scostando ancora i capelli, e poi andai giù a continuare quello che avevo lasciato in sospeso. Il dubbio che l’uomo avesse capito il perché del mio sparire mi accese scaldandomi più di quanto avessi immaginato. Baciavo e leccavo, assaporavo e succhiavo e nel mentre lanciavo lo sguardo a Marcello, troppo teso ed impaurito per potersi girare a controllare l’uomo, “forse non voleva attirare troppo l’attenzione”, pensai, oppure mi stavo occupando di lui talmente bene che se ne era dimenticato. Di certo non me ne ero dimenticata io che lavoravo di bocca sul mio uomo mentre immaginavo di essere spiata dall’altro. Portai una mano fin dentro i leggins riuscendo a trovare a fatica la strada per la mia umidità e, appena la trovai, ne fui estasiata talmente tanto da lasciarmi scappare un gemito strozzato dalla carne che mi riempiva la bocca. Andai avanti con la mente aperta e gli occhi chiusi fin quando i muscoli della mia bocca non recepirono l’eccitazione di Marcello pulsare più forte.
Sentii uno sbuffo del suo alito e l’indurimento delle sue cosce che accompagnai mugolando nella speranza che l’estraneo se ne accorgesse, quel pensiero mi smosse dentro ancora di più mentre un rivolo umido mi scivolava sulle dita che continuavano decise a grattare sotto gli indumenti. Marcello ebbe un altro dei suoi spasmi silenziosi quando con le labbra arrivai a sfiorargli i testicoli ingoiando più cazzo di quanto avessi mai fatto prima, poi esplose tendendosi all’estremo.

Non avevo mai amato il sapore dello sperma, ma quella volta non mi importava. Non mi sarei sottratta, non avrei girato la testa per sputare e non avrei fatto la faccia schifata, quella volta proprio no. La bocca mi si riempì di bollore agrodolce, respirando col naso come un toro prima della carica inghiottì quasi senza rendermene conto quello che Marcello aveva prodotto salendo nel contempo verso la punta e succhiando.

Non avevo fatto in tempo ad alzare la testa che già Marcello si dimenava nel tentativo scombussolato di rivestirsi per bene noncurante delle gocce che ancora colavano dal suo buchino pulsante.
Guardai dietro? Sì, appena ebbi l’occasione lo trovai con lo sguardo e capi che l’uomo aveva capito tutto grazie al suo sorriso divertito e malizioso. Con la mano ancora dentro ai leggins lo immaginai seduto accanto ai nostri posti, a guardarci, a desiderarmi, a toccarsi…

Il bisogno salì, la calura anche, guardai Marcello e quando lui mi fece il gesto del basta lo odiai profondamente, fissai il sedile davanti a me e abbassai leggins e mutandine sollevando il sedere.
Gli mostrai come si masturba una donna, ma lui sembrava più preoccupato dal guardarsi intorno che contento della mia lezione. Quando infine mi prese un braccio con forza dicendomi sottovoce di smetterla simulai l’arrivo dell’orgasmo. Dapprima un gemito, poi qualcosa di più, infine feci quello che facevo ogni volta che non riuscivo a controllarmi per davvero. Finsi di godere mentre lui non si dava pace per la situazione. Non sapevo perché ero arrivata a tanto, ma in quel momento mi bastava sapere con certezza che l’uomo elegante potesse sentire la mia goduria per rendermi soddisfatta e per non farmi pensare all’odio effimero che provavo per Marcello.
Poco dopo mentre il treno si fermava e ripartiva mi sistemai fingendomi soddisfatta di un orgasmo che in realtà non c’era stato.
“Scusa”, gli dissi lasciandomi prendere da un abbraccio, “ne avevo bisogno”. Marcello non disse niente in quel momento e disse ben poco nei giorni successivi.
Una settimana dopo tornai single, secondo le parole di Marcello eravamo troppo diversi, quello che avrebbe voluto dire, secondo me, era che non gli era piaciuto per niente il mio atteggiamento di qualche giorno prima sul treno.

Nessun problema gente, morto un Papa si può anche far senza.

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